Quello che ho capito dell’ultima crisi Israelo-Palestinese

Per quanto le cause del conflitto israelo palestinese possano essere molto complicate, le loro ragioni storiche sono sintetizzabili nella cartina di cui al lato, ovvero nel concetto proprio dei palestinesi: “Avevamo questi territori, ora siamo confinati qui, e tutto il resto appartiene a Israele”. 10558538_10202325888056757_451279836_oIl conflitto in questione non è quindi di carattere religioso, ma soprattutto territoriale.

Diverse porzioni del territorio che oggi dovrebbe essere ad uso esclusivo palestinese, sono occupate dalle cosiddette colonie, ovvero de comunità composte da israeliani. Queste installazioni sono di fatto illegali, così come sancito, tra le ultime, da 162 nazioni su 171 in una votazione tenutasi dall’ONU nel Novembre del 2013 (vedasi GAEF3387). Nonostante questa palese violazione della legge internazionale, Israele raramente procede all’evacuazione di queste colonie, anzi, le stesse sono protette dall’esercito israeliano (IDF). Molti degli abitanti delle colonie sono degli estremisti sionisti, caratterizzati da una notevole aggressività nei confronti della popolazione palestinese. Il 40% di loro crede che il loro diritto di vivere in quei territori venga direttamente da Dio. Geograficamente inoltre, le colonie sono posizionate nei territori più ricchi, e hanno quindi accesso a riserve primarie che, di fatto, dovrebbero appartenere ai palestinesi. Uno di questi beni è, per esempio, l’acqua, cosa che, stando ad alcuni ideologi, fa del conflitto israelo palestinese il primo tra quelli che verranno per il controllo dell’oro blu (vedasi file in allegato: water). Fatte salve l’effettiva difficoltà che lo stesso governo israeliano ha nel gestire i coloni, in termini socio economici il risultato immediato dato da queste installazioni illegali è:

  1. un vantaggio per Israele derivante dallo sfruttamento del territorio e delle sue risorse;
  2. una valvola di sfogo ove far risiedere gli immigrati di origine ebraica che si recano in Israele, come dimostra il loro incremento demografico, pressoché costante negli ultimi anni.

L’occupazione di questi territori è uno degli elementi più destabilizzanti per la pace in quei territori.

Questa premessa, seppure abbastanza riduttiva per una situazione molto complessa, era d’obbligo per inquadrare gli eventi delle ultime settimane.

I movimenti politici più diffusi in Palestina sono due: Hamas e Fatah. Come si può vedere dalla cartina, anche i territori palestinesi di fatto sono divisi in due. Da una parte la striscia di Gaza, dall’altro la cosiddetta Cisgiordania, conosciuta anche come West Bank.

Hamas si è stabilita come forza politica in controllo della striscia di Gaza, mentre Fatah della Cisgiordania. Storicamente, i rapporti tra le due fazioni non sono mai stati buoni. Vi sono anche delle teorie le quali vogliono che, almeno in principio, Hamas fosse aiutata dall’intelligence Israeliana come forza contrapposta a Fatah. Nell’Aprile 2014 però, dopo varie vicissitudini, vi è stata una svolta, ovvero un riavvicinamento politico tra le due fazioni, teso a formare un governo di unità nazionale. Naturalmente a Israele non faceva affatto comodo avere un fronte unito.

Il 12 Giugno scorso tre coloni ebrei, degli adolescenti, sono stati rapiti in Cisgiordania mentre facevano l’autostop. Il crimine in questione, seppure aveva ricevuto il plauso verbale da parte di Hamas, non ha mai avuto delle rivendicazioni credibili. Il rapimento dei tre ragazzi è stata la giustificazione che serviva al governo israeliano per perseguire i seguenti obbiettivi:

  1. arrestare quanti più appartenenti possibili di Hamas in Cisgiordania, molti dei quali erano stati liberati a seguito dello scambio di prigionieri per il rilascio del soldato Shalit. 
  2. applicare una pressione tale sulla cittadinanza palestinese della zona, da spingerla ad abbandonare il supporto su Hamas, colpevole di aver risvegliato la collera ebraica.

Negli ultimi giorni infatti, sono emerse le seguenti notizie:

  1. L’intelligence Israeliana sapeva che i tre giovani erano stati assassinati poche ore dopo il sequestro;
  2. La polizia israeliana era a conoscenza del fatto che il rapimento era stata opera di una cellula solitaria.

Sebbene i due punti di cui sopra si prestino, per la loro stessa natura, alle accuse di illazioni, vi sono degli elementi di fatto che confermano la durezza con la quale il governo israeliano ha reagito alla provocazione dei rapitori. Secondo fonti israeliane, nei 18 giorni successivi al rapimento l’IDF ha  proceduto ad arrestare 477 persone, delle quali 322 erano affiliate ad Hamas.  Le case perquisite sono state 2.218. Stando ai palestinesi invece gli arrestati sono stati 566; cinque persone hanno perso la vita e 120 sono state ferite.

Organizzazioni internazionali hanno riferito che quanto perpetrato da Israele nel corso delle ricerche è stata una vera e propria punizione collettiva. L’esercito ebraico si sarebbe impadronito nel corso dei controlli di $370,000 in contanti, e di un valore pari a $2.5 millioni di dollari di proprietà, quali computer, auto, cellulari, ma anche gioielli, “confiscati” a privati anche senza che ve ne fossero delle prove, asserendo che questi beni fossero di interesse per le indagini o utili a finanziare i terroristi.

Rachelle Fraenkel, madre di Naftali Frenkel (16 anni), durante i funerali del figlio. L'autopsia sul corpo dei tre giovani non è stata effettuata per motivi religiosi.
Rachelle Fraenkel, madre di Naftali Frenkel (16 anni), durante ifunerali del figlio.

Il ritrovamento dei tre poveri giovani, morti, non ha fatto altro che aggiungere benzina sul fuoco. La partecipazione dell’opinione pubblica israeliana è stata fortissima, sicuramente molto più sentita di quanto lo stesso governo si sarebbe immaginato.

Tradotto dall'arabo e dall'ebraico: "Un colpo, due morti".
Tradotto dall’inglese e dall’ebraico: “Un colpo, due morti”.

Il clima di odio e razzismo, che la parte più estremista della popolazione già covava per gli arabi, non solo ha trovato giovamento da questi omicidi, ma è stato altresì alimentato da figure pubbliche, dai mass media, e dai social network, che non hanno lesinato di riportare concetti come: “l’uccisione di tutti palestinesi sarebbe l’unica soluzione”.

I giorni successivi al funerale dei tre giovani, hanno visto impiegati diversi gruppi di estremisti ebrei nella “caccia” a chiunque potesse sembrare arabo. I giornali hanno riportato di vere e proprie bande che, in alcuni quartieri di Gerusalemme, erano dedite al fermare chiunque sembrasse palestinese per pestarlo, o peggio.

Il peggio effettivamente si è verificato quando sei estremisti hanno rapito un ragazzino palestinese di 14 anni e, dopo averlo picchiato e avergli fatto bere della benzina, gli hanno dato fuoco. La particolare brutalità dell’omicidio, unita alle tensioni delle settimane passate, sommata col pluriennale odio per Israele, ha innescato una serie di proteste da parte della popolazione palestinese. La polizia ebraica ha provato a far fronte alle suddette turbative, ma il fatto che alcuni agenti siano stati ripresi mentre picchiavano selvaggiamente il cugino sedicenne del ragazzino ucciso, non ha certo aiutato.

E’ stato a questo punto che Hamas ha deciso di raccogliere dei vantaggi dalla situazione esplosiva che si era creata.

Dal 2011 Hamas non se la cavava benissimo. Le risultanze della primavera araba in Egitto, e la guerra in Siria, hanno influito negativamente sul gruppo terroristico palestinese, condannandolo di fatto a una vera e propria retrocessione. Considerato che la striscia di Gaza è isolata, in quanto Israele vi ha posto un embargo per la quale la stessa è fisicamente tagliata fuori dal resto del mondo, la suddetta retrocessione si è riverberata direttamente sulla popolazione palestinese della striscia. Questa crisi ha provocato una vera e propria emorragia di consensi per Hamas.

Il 6 Luglio l’IDF ha ucciso con un bombardamento alcuni militanti di Hamas nella striscia di Gaza. Teoricamente, la reazione israeliana rientrava nell’ordine delle cose. Come già successo in passato infatti, era prevedibile che Hamas avrebbe reagito a questo attacco lanciando qualche missile verso Israele. Un po’ come due ragazzi che non vorrebbero picchiarsi davvero, ma che non rinunciano a darsi qualche spintone nella speranza di intimidire l’altro. Del tutto inaspettatamente invece, la reazione dei leader del movimento palestinese è stata di rilasciare una vera e propria pioggia di missili sul territorio israeliano. Il governo israeliano a questo punto, secondo la logica perversa di queste cose, ha ritenuto di non potersi esimere dal cominciare a bombardare Gaza.

La mossa di Hamas è stata dettata principalmente da due motivi:

  1. distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica locale dalla crisi che stavano vivendo;
  2. attirare l’attenzione internazionale sulla causa palestinese, cercando quindi di ottenere sia dei finanziamenti da parte dei paesi arabi, sia l’alleggerimento del blocco.
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Punti chiave da sapere riguardo Gaza. L’accesso giornaliero per l’acqua da parte della popolazione è di 80-90 litri al giorno (rispetto ai 100 previsti dall’O.M.S.). Il 90% dell’acqua utilizzata non è potabile; Il tasso di disoccupazione è del 31,5%; Il 44% della popolazione non ha stabilità alimentare.

Portare la guerra all’interno della striscia di Gaza comportava necessariamente delle perdite di vite umane tra i civili palestinesi, e questa è una cosa che sapevano fin troppo bene sia gli israeliani che la stessa Hamas.

Sistema dei permessi e dei diritti per muoversi all'interno di Israele e dei territori occupati.
Sistema dei permessi e dei diritti per muoversi all’interno di Israele e dei territori occupati.

La popolazione della striscia di fatto non ha un posto dove evacuare, in quanto, come scrivevo, Gaza è letteralmente isolata dal resto del mondo. E’ un po’ come una gigantesca tonnara. Quando si legge che gli israeliani hanno offerto alla popolazione di lasciare l’area la notizia deve essere letta nel giusto contesto, in quanto l’IDF sa che la gente non può che spostarsi da un campo di battaglia all’altro. Ma, allo stesso modo, quando si leggono le dichiarazioni israeliane che riportano di come Hamas nasconda delle armi, dei missili, in ospedali e scuole, anche quello è vero, perché i militanti sanno che la distruzione di quegli obbiettivi fa “presa” sull’opinione pubblica mondiale, così come l’aumento del numero dei civili morti. D’altra parte è ovvio che Hamas, non essendo un esercito regolare, ma un’organizzazione terroristica, non può avere delle installazioni militari riconoscibili come tali sul territorio. Il risultato di questo inghippo è che di fatto l’IDF è autorizzata a colpire, per le caratteristiche stesse del conflitto, qualunque obbiettivo voglia, mascherandosi dietro il fatto che potrebbe essere una postazione missilistica, o l’entrata di un tunnel segreto per Israele.

L’aspetto peggiore di questa vicenda sta nella sua palese inutilità. Israele stava affrontando essa stessa una crisi economica. Uno dei risultati di questa crisi era il previsto riordino dell’esercito, con importanti tagli alle spese e all’addestramento del personale. Si capisce di come questa non fosse la situazione ideale per entrare in guerra, anche perché un conflitto di queste dimensioni costa un bel po’ di $.

Stando ad alcuni analisti inoltre, Israele non potrebbe neppure permettersi di neutralizzare completamente Hamas, in quanto, così facendo, creerebbe un vuoto di potere, capace teoricamente di far fiorire ben altri gruppi terroristici nell’area, ancora più radicali, come è successo in Iraq o in Libia. Il risultato di questo ennesimo conflitto è che, al momento, sia le morti di quasi 840 palestinesi, che quelle di 53 soldati israeliani (quasi tutti sotto i 25 anni), sono inutili quanto assurde, poiché di fatto non paiono orientate a cambiare nulla per il meglio.

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