Conflitto arabo – israeliano: il lungo letargo del diritto

E’ mio parere personale che il concetto di moralità non sia mai quello più adatto a giudicare le ragioni di un conflitto. Nella maggior parte dei casi, convincere le opinioni pubbliche belligeranti ad accettare che i loro figli si uccidano a vicenda comporta, necessariamente, che entrambe siano persuase del loro diritto morale nel lasciar parlare le armi. Persino i nazisti erano convinti che Dio fosse dalla loro parte, e Dio, quando si parla di moralità, mi pare teoricamente essere orientato verso la parte migliore dei valori umani.

Parlando di moralità, il conflitto arabo israeliano non fa eccezione. Quale moralità è applicabile in una guerra del genere?

La morale di quel colono ebraico che invita a “Gasare gli arabi”?

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Cancello situato nella zona sotto il controllo israeliano di Hebron, Cisgiordania.

La morale con la quale Al-Aqsa Tv, il canale mediatico di Hamas, cerca di indottrinare i bambini della striscia di Gaza?

La morale dei giovani ebrei che cantano: “Domani non c’è scuola a Gaza, perché tutti i bambini sono morti”?

Quella di Hamas, che non lesina di lanciare missili anche da aree densamente popolate, conscia che la risposta da parte di Israele provocherà lo sdegno dell’opinione pubblica mondiale?

"Ti odio". "Ti odio di più". "Ti bombardo". "Ti bombardo di più". "Io ti distruggerò". "Io ti distruggerò di più". Fino a quando non rimase più nulla.
“Ti odio”. “Ti odio di più”. “Ti bombardo”. “Ti bombardo di più”. “Io ti distruggerò”. “Io ti distruggerò di più”. Fino a quando non rimase più nulla.

E’ mio parere che l’appello alla morale non sia mai lo strumento più adeguato né per la comprensione di un conflitto, né per la sua risoluzione. Nel merito di questa guerra poi, ho la netta sensazione che l’unico motivo per il quale Hamas non stia bombardando a tappeto Israele sia dovuto alla sua inferiorità militare.

Il fatto che in guerra due parti contrapposte, ognuna convinta delle proprie ragioni, si abbandonino agli istinti peggiori della razza umana, non vuol dire che ci si debba rassegnare alla violenza come risposta universalmente valida alla risoluzione delle diatribe, né alla sua efficienza per distribuire le colpe. Un concetto del genere doveva essere ben radicato nelle menti dei leader che, il 24 Ottobre 1945, firmarono lo Statuto delle Nazioni Unite con la speranza di fornire all’umanità uno strumento utile a proteggersi da se stessa.

Israele fa parte dell’ONU dall’11.05.1949, ben sei anni prima che ne entrasse a far parte l’Italia. Gli Stati che compongono questo organismo sono 193 dei 204 presenti sul pianeta.

Nel corso della sua storia, l’ONU è intervenuto numerosissime volte nel merito della questione israelo – palestinese.

Una delle prime volte in cui l’ONU si espresso in materia è stata l’11.12.1948, data della risoluzione 194 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, datata 11.12.1948. L’atto in argomento venne redatto a causa della prima guerra arabo israeliana,  e al suo interno venne sancito lo status di rifugiati agli arabi i cui normali posti di residenza erano in Israele, e agli ebrei che avevano le loro case nei territori palestinesi, quali ad esempio quelli del quartiere ebraico della città vecchia di Gerusalemme. La risoluzione 194 stabiliva principalmente:

  • il diritto di ritorno alle loro case per tutti i rifugiati del conflitto;
  • un indennizzo per le proprietà di quanti avessero deciso di non tornare.

Mentre di fatto i profughi israeliani riuscirono a tornare nelle loro case all’indomani del conflitto del 1948, la maggior parte dei profughi palestinesi non ci riuscì mai. Nel 1950 i profughi palestinesi furono stimati dall’ONU in 711.000. I loro discendenti attuali sono quasi 5 milioni.

Per quanto riguarda il primo conflitto arabo israeliano, le cause dell’abbandono dei territori palestinesi da parte di questi rifugiati sono, a seconda della “fazione” a cui appartengono gli storici, diverse.

Alcuni dei primi intellettuali ad essersi occupati della problematica appartenevano alla sfera sionista, quali Joseph Schechtman, Leo Kohn. Detti autori sostenevano che agli arabi e ai palestinesi fu chiesto di restare e vivere come cittadini dello stato israeliano ma, poiché essi non volevano vivere con gli ebrei, o perché si aspettavano una vittoria da parte della lega araba che avrebbe annichilito i sionisti, scelsero di andarsene temporaneamente, credendo che sarebbero potuti tornare quando volevano. Successivamente, stando agli stessi scrittori, i palestinesi si lamentarono del fatto che gli israeliani gli avessero ordinato di andarsene tramite comunicazioni radio.

Stando a un documento prodotto dall’IDF intitolato “L’emigrazione degli arabi della Palestina nel periodo compreso tra l’1.12.1947 e l’1.06.1948”, datato 30.06.1948 e diffuso nel 1985, le cause dell’abbandono dei propri territori da parte del primo nucleo di rifugiati furono:

  1. operazioni dirette e ostili da parte dell’Haganah/IDF contro insediamenti arabi;
  2. gli effetti delle suddette operazioni;
  3. operazioni da parte di estremisti israeliani non inquadrati;
  4. ordini da parte di autorità arabe o gruppi di irregolari arabi;
  5. uso della guerra psicologica da parte degli ebrei tesi a spaventare gli arabi e a fargli abbandonare le loro case;
  6. ordine di espulsione da parte di forze israelitiche;
  7. paura di vendette da parte degli ebrei per attacchi commessi dagli arabi contro gli ebrei;
  8. paura di bande armate irregolari composte da arabi e comparsi nelle vicinanze dei loro villaggi;
  9. paura dell’invasione araba e dei combattimenti conseguenti (soprattutto vicino ai confini);
  10. isolamento di villaggi in arabi in aree che divennero abitate da una maggioranza ebraica;
  11. diversi fattori locali che generano una paura nel futuro.

Di questi motivi, sempre stando al medesimo documento supra, le cause riconducibili ad azioni condotte direttamente da parte degli israeliani furono pari al 73%.

Secondo i cosiddetti “nuovi storici”, ovvero una corrente di scrittori israeliani che dalla fine degli anni ‘80 rifiuta le tesi ufficialmente supportate dal loro proprio stato riguardo la sua a nascita, la conquista dei territori (nel link, interessantissima e dettagliatissima mappa redatta da Zochrot, organizzazione no-profit israeliana) fu il frutto di massacri e stupri perpetrati dalle forze ebraiche insieme ad altri eventi considerati troppo imbarazzanti e per tanto classificati “top secret” (n.d.r.: il rigo precedente contiene un link a una pagina wikipedia riportante stragi compiute sia da una parte che dall’altra, così come è avvenuto storicamente).

Israele ha reso di fatto impossibile, e illegale, il ritorno nei territori occupati mediante diverse leggi (absentee property law).

E’ bene precisare che la terra legalmente acquisita dai coloni sionisti prima del 1947 era pari al 6,6% del territorio facente parte del mandato palestinese (fonti: pagg. 173 e 174 di: “A history of the Israeli-Palestinian Conflict”, scritto dal prof. Mark A. Tessler; Pag. 52: “A Survey of arab israeli relations”, scritto da Cathy Hartley e Paul Cossali; o molto più semplicemente la solita ma mai affidabilissima wikipedia).

Molti rifugiati palestinesi dicono di conservare ancora le chiavi delle case abbandonate nel 1948.
Molti rifugiati palestinesi dicono di conservare ancora le chiavi delle case abbandonate nel 1948.

I successivi conflitti nell’area, nel particolare la guerra dei sei giorni (1967), non hanno fatto altro che aumentare il numero dei profughi, riversatisi sia nei campi di accoglienza spuntati all’interno dei territori palestinesi, che nelle nazioni circostanti, contribuendo alla pericolosissima, e ormai tristemente nota, situazione di instabilità dell’area medio orientale.

Le misure messe in atto da Israele nel merito, il fatto che il medesimo governo accetti, quando non incoraggi, l’installazione di colonie nei territori occupati (vedasi articolo datato 30.07.2014 su questo blog), sono in violazione alla Convenzione di Ginevra per la protezione delle persone civili in tempo di guerra, nel particolare agli articoli 45, 46, e soprattutto di quello nr°49: Il protocollo aggiuntivo alla convenzione, siglato nel 1977, all’articolo  85, comma 4 let. B, sancisce che costituisce violazione grave: “qualsiasi ritardo ingiustificato nel rimpatrio dei prigionieri di guerra o dei civili”;

Solo riferendosi a quanto sancito dalle Nazioni Unite, Israele ha violato 28 risoluzioni delle Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite, legalmente vincolanti per gli stati membri, e quasi 100 risoluzioni dell’Assemblea delle Nazioni Unite, le quali non sono vincolanti, ma rappresentano la volontà e il punto fatto dalla comunità internazionale. Detto record, fa de facto di Israele il primo paese al mondo per numero di risoluzioni ONU violate (fonte: “United Nations Security Council Resolution currently being violated by countries other then Iraq” scritto dal Prof. Stephen Zunes), senza tener conto del fatto che una risoluzione, per poter passare non deve avere il veto di nessuno dei 5 membri permanenti. Fin dai primi anni ’70 gli USA hanno espresso il loro veto almeno 50 volte, ovvero più di tutto gli altri membri permanenti messi insieme nello stesso periodo. Nella maggior parte dei casi il voto americano era l’unico dissidente, cosa questa che non ha mancato di ripetersi anche nelle risoluzioni riguardanti il conflitto arabo – israeliano. In merito,  è illuminante quanto riportato dalla risoluzione ES-9/1 del 5 Febbraio 1982, dell’Assemblea Generale ONU, in cui si deplorava: “con forza il permanente voto negativo da parte di uno dei membri permanenti, cosa questa che non permetteva al Consiglio di adottare (…) le misure appropriate riferite alla risoluzione 497 (1981) unanimemente accettate dal Consiglio”

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Chiudo l’articolo di cui sopra citando le parole scritte a suo tempo da Kant: “Il  diritto  è […] l’insieme delle condizioni per mezzo delle quali l’arbitrio dell’uno può accordarsi con l’arbitrio di un altro secondo una legge universale della  libertà” e cadendo infine nella mia stessa trappola, ovvero quella della morale. Conoscendo quello elencato sopra infatti, mi viene da pensare che le lacrime del portavoce dell’UNRWA non siano solo quelle di una persona in evidente stato di shock, ma anche quelle di un uomo che, cosa ben più grave, comprende l’inutilità, l’indifferenza e l’ignoranza riguardante il suo lavoro davanti agli occhi del mondo.

Per l’appunto: il letargo del diritto.

nota: l’articolo di cui sopra è frutto di ricerche su internet, libri, e articoli di giornali. Ho cercato quanto più possibile di attenermi a fonti ufficiali, alle ricerche di autori accademicamente riconosciuti, e letteratura neutrale. Qualora qualcuno dei lettori dovesse trovare negli scritti di cui sopra delle inesattezze, le critiche saranno benvenute, a patto di essere basate su dati di fatto della stessa levatura di quelli che mi sono sforzato di raccogliere. Io non scrivo per attirare simpatie per una parte o per l’altra, ma solo al fine di catturare un’attenzione consapevole su un problema che, per le sue caratteristiche, rappresenta la somma di tutte le deficienze che la razza umana non riesce a lasciarsi alle spalle.  

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