Se la tortura è uno strumento democratico

Il 9 Dicembre 2014 il Senato degli Stati Uniti ha rilasciato un rapporto di 525 pagine, avente come tema l’uso delle torture da parte della CIA nella lotta contro il terrorismo nel periodo che va dal 2001 al 2007. Il documento è la sintesi di uno studio durato quasi 5 anni, composto nel totale da più di 6.000 pagine (ancora segretate). Una delle considerazioni più gravi emerse da questa pubblicazione è che le suddette torture spesso non avrebbero portato ad alcun vantaggio nella lotta contro il terrorismo.

Il rapporto è molto dettagliato e, almeno negli Stati Uniti, è stato accolto da notevoli polemiche. Sostanzialmente, l’opinione pubblica si è divisa tra i contrari a questi metodi,  e coloro il cui pensiero è stato rispecchiato da quanto detto dall’ex vice presidente Dick Cheney: “E’ un cumulo di stronzate!” – “abbiamo fatto quello che bisognava fare”.

Tra i politici che più di tutti gli altri hanno difeso la pubblicazione del rapporto vi è stato il noto Senatore repubblicano John McCain, il quale ha dichiarato che le torture “hanno macchiato l’onore della nostra nazione” e hanno “fallito al loro scopo”. E’ interessante notare che lo stesso politico fu, ai tempi della guerra del Vietnam, vittima di torture, durante un periodo di prigionia di quasi sei anni nelle mani dei Vietcong (tornò  con 23 chili in meno, una mobilità solo parziale di entrambe le braccia e tutti i capelli grigi). Sebbene le motivazioni personali dietro le dichiarazione del senatore repubblicano siano facilmente intuibili, le parole: “fallito al loro scopo” meritano qualche considerazione in più.

La CIA ha consegnato al Senato un’analisi con la quale smentisce le considerazioni del rapporto, e l’attuale direttore dell’agenzia, John Brennan, ha dichiarato: “non  condividiamo l’asserzione secondo la quale il nostro programma di detenzione tortura non è servito a sventare complotti, salvare vite, o a catturare terroristi”.

Quanto detto da Brennan è stato indirettamente smentito dallo stesso Presidente americano Barack Obama: (i metodi di interrogazione n.d.r.) non solo stridevano con i nostri valori quale nazione, ma non servivano neppure ai nostri più ampi sforzi nella lotta contro il terrorismo, né ai nostri interessi per la sicurezza nazionale”.

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Khalid Sheikh Mohammed

Uno dei terroristi più torturati nell’ambito del programma della C.I.A., è stato Khalid Sheikh Mohammed, il cosiddetto “architetto dell’11 settembre”. All’epoca del suo arresto, avvenuto in Pakistan nel 2003, le responsabilità criminali e la connessione con Al Qaeda da parte di questo soggetto erano evidenti. Khalid Sheikh Mohammed era considerato una figura chiave del panorama jihadista e, onde pervenire alle informazioni del quale egli era in possesso, lo stesso fu sottoposto a diverse torture, tra le quali: wateboarding (183 volte in un mese), reidratazione rettale (pratica con la quale i cibi vengono inseriti nel detenuto allo stato liquido attraverso ‘ano), privazione del sonno per 180 ore.  

Durante queste pratiche Mohammed effettivamente rilasciò diverse, importanti, informazioni ma, allo stesso tempo: “una parte sostanziale (di queste) furono identificate come essere del tutto false”.

Premesso che dovrei fare uno sforzo notevole per sentirmi umanamente vicino alle sofferenze di un terrorista dalle responsabilità quali quelle di Khalid Sheikh Mohammed, seguendo le vicende legate alla pubblicazione di questo rapporto sono rimasto colpito da alcune delle dichiarazioni dei soggetti coinvolti. Nel particolare, il direttore della CIA John Brennan ha dichiarato che l’agenzia, al momento di avviare il programma relativo alla tortura, si avviava su un “territorio inesplorato” ed era “impreparata” avendo a disposizione solo “pochi e preziosi agenti per condurli”.

Hollywood ci ha aold-new-CIAbituato a considerare la C.I.A. come un organismo dalle capacità illimitate e gestito da elementi assolutamente professionali. Di fatto però, il cinema e la letteratura hanno creato un mito che poco, o nulla, ha a che fare con la realtà. Nella prefazione del libro intitolato “Legacy of ashes – the history of the CIA”, (non disponibile in italiano, traducibile come: “L’eredità di cenere – storia della CIA”) il premio pulitzer  Tim Weiner scrive senza mezzi termini: “(Questo libro) è la cronaca dei primi sessanta anni di vita della CIA. Descrive di come la più potente nazione nella storia della civiltà occidentale abbia fallito nel creare unaffidabile servizio di spionaggio”.

Secondo il rapporto del Congresso,  le persone aventi subito il “programma di interrogatorio speciale” sarebbero state in tutto 119. Almeno 26 di loro, in seguito, sono state dichiarate del tutto innocenti dall’accusa di terrorismo. Tra questi, si segnalano i casi di Mohamed Bashmilah, detenuto illegalmente per 19 mesi, durante i quali avrebbe tentato il suicidio per tre volte; Khaled El Masri, un cittadino tedesco sequestrato in Macedonia e detenuto in Afghanistan per 4 mesi; e dell’algerino Laid Saidi (identificato nel rapporto come Abu Hudhaifa), detenuto ingiustamente per 16 mesi. A pag. 12 del rapporto, si legge:

“(tra i 26 detenuti innocenti) ve ne erano due le cui connessioni con al-Qaeda si basavano sulle sole informazioni rilasciate da un prigioniero sottoposto a tortura”.

I siti di detenzione di cui sopra si trovavano in diverse parti del mondo e la loro esistenza era già stata resa nota nel 2005, anno in cui il Consiglio Europeo incaricò un politico svizzero, Dick Marty, di guidare un’inchiesta tesa ad accertare l’eventuale esistenza di siti di detenzione illegali in paesi facenti parte del Consiglio. Nel Giugno del 2006 Marty rilasciò il suo rapporto, concludendo che almeno 14 stati europei avevano dato man forte al governo americano nel commettere azioni riconducili alla violazione dei diritti umani.

Per capire di come gli Stati Uniti che, almeno sulla carta, si sono a lungo proposti come i campioni della democrazia nel mondo, siano arrivati ad istituzionalizzare l’uso della tortura all’interno dei propri apparati, non si può prescindere dal contesto maturato dopo l’11 settembre. All’indomani degli attentati la C.I.A. fu sottoposta ad un enorme, e giustificata, pressione, al fine di riportare quanti più risultati possibili nella lotta al terrorismo di matrice islamica. La capacità di far fronte alle suddette richieste fu, almeno all’inizio, al quanto ridotta (per maggiori dettagli al riguardo, invito a leggere questo interessantissimo libro). Gli agenti della C.I.A. impegnati sul campo al fine di eseguire gli interrogatori sui sospetti furono lasciati senza linee guida sui metodi da impiegare. Nel 2004, il responsabile di un sito di detenzione denominato BLACK, sito in Romania, scrisse la seguente e-mail (Pag. 144 del citato rapporto):

“Sono preoccupata di quella che sembra essere una carenza di volontà da parte degli uffici centrali nell’impiegare sul campo gli agenti più qualificati al fine di prestare servizio al centro di detenzione.  Negli ultimi anni la qualità del personale (addetto agli interrogatori e alla sicurezza) è sensibilmente declinata. Per quanto riguarda gli agenti addetti agli interrogatori la maggior parte di loro sono mediocri, una manciata (sic) eccezionali, e più di pochi sono completamente incompetenti. Da ciò, si può dedurre che non vi è una metodologia stabilita per la selezione degli addetti agli interrogatori. Più che mandare i migliori, la classe dirigenziale pare selezionare gli agenti più scadenti o problematici, i nuovi, quelli completamente inesperti o chiunque voglia accettare di venire a lavorare qui. Non si vede alcuna prova che qui vengano inviati i migliori. il risultato, in maniera abbastanza prevedibile, è che vengono prodotte informazioni mediocri o, mi permetto di dire, addirittura inutili”.

L’interrogatorio di Abd al-Rahim al-Nashiri, verosimilmente un terrorista responsabile di diversi attentati, tutt’ora detenuto, è un altro esempio di come queste pratiche di tortura venissero affidate a personale inadeguato. Nello specifico, nel dicembre 2002 la CIA inviò un suo agente (indicato CIA OFFICER 2 a pag. 68 del rapporto) onde occuparsi del prigioniero. Prima di dare l’incarico a questo elemento, la CIA aveva già ricevuto un rapporto da parte di altri due suoi agenti che avevano lavorato con al-Nashiri,  i quali avevano scritto la seguente relazione (pag. 67 del rapporto):

“senza prove tangibili che il prigioniero stia mentendo, o trattenendo notizie in suo possesso, crediamo che usare metodi di costrizione non servirà ad altro che a dimostrargli che egli sarà punito lo invariabilmente, ovvero che collabori o meno, erodendo consequenzianlmente un eventuale suo desiderio di collaborare ancora ….[…] riassumendo, crediamo che [al-Nashiri]  si stia dimostrando collaborativo, e che se soggetto a forme prolungate di costrizione, ci sia una concreta possibilità che egli si chiuda e smetta di collaborare, o che addirittura arrivi a soffrire di problemi mentali, proibiti dallo statuto. Per questo motivo, qualsiasi decisione di riprendere l’uso dei mezzi di costrizione, dovrebbe essere basata su fatti sostenibili, e non sensazioni generali”

Il quartier generale della CIA invece decise di continuare gli interrogatori con i mezzi di costrizione, e inviò OFFICER 2. In merito all’impiego di questo agente, uno dei suoi superiori espresse il proprio parere negativo, scrivendo che: “e’ troppo sicuro di se, ha un carattere irascibile, e qualche problema di sicurezza in se stesso”. Ma l’uomo venne inviato lo stesso. Mentre si trovava lì  OFFICER 2 costrinse al-Nashiri a stare con le mani sulla sua testa per due giorni, lo bendò, lo minacciò spingendogli una pistola contro la testa e avvicinando un trapano elettrico al suo corpo. Allorquando i suoi metodi non ottennero gli effetti sperati, l’agente disse che avrebbe violentato sua madre davanti ai suoi occhi, e lo costrinse a mantenere delle posizioni di stress tali che un ufficiale sanitario presente ebbe paura che le spalle del prigioniero potessero dislocarsi. Il responsabile CIA del luogo nel frattempo non fece nulla per impedire queste misure, in quanto credeva che OFFICER 2 fosse stato inviato per “risolvere” il problema. Gli avvenimenti di cui sopra sarebbero avvenuti in un sito di detenzione indicato con il nome in codice BLUE, successivamente individuato essere in Polonia.

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Fonte: http://www.dailymail.co.uk/news/article-2867111/CIA-torture-report-reveals-waterboarding-sleep-deprivation.html

Sebbene sia abbastanza fiducioso riguardo al fatto che la maggior parte di voi trovi quanto meno spiacevole leggere notizie del genere, sono cosciente che una percentuale altrettanto alta trova che atteggiamenti di questo tipo, ovvero il ricorso alla tortura, sia giustificato in situazioni di bisogno. La stessa cosa, del resto, è pensata dal 58% degli americani.

Prima di scrivere riguardo alcune delle mie riserve in proposito, credo sia necessario che, nell’esprimere qualsivoglia giudizio in merito all’uso delle torture ai fini di attività di anti terrorismo, si tengano ben in mente due studi.

Il primo è legato al cosiddetto “esperimento Milgram”, dal nome dell’omonimo scienziato che lo condusse nel 1961, Stanley Milgram. L’esperimento era mirato ad analizzare il comportamento di soggetti a cui un’autorità (nel caso specifico uno scienziato) ordina di eseguire delle azioni in contrasto con i propri valori etici e morali. Nel particolare, lo psicologo reclutò un campione di 40 persone tra i 20 e i 50 anni di età (risultate tutte avere un profilo psicologico normale), dicendogli che avrebbero partecipato a uno studio sulla memoria e sugli effetti dell’apprendimento. I soggetti, ad uno ad uno, venivano quindi introdotti in un laboratorio, dove erano presenti un altro presunto partecipante (in realtà un complice dell’esperimento) e uno scienziato, il quale spiegava che scopo dello studio era di valutare gli effetti delle punizioni sull’apprendimento. Uno dei partecipanti (il complice) doveva far finta di memorizzare una lista di parole, mentre l’altro (soggetto testato), doveva punirlo tramite delle scosse elettriche la cui entità aumentava parallelamente al numero di errori. Il complice veniva quindi legato ad una sedia, con l’accordo (ignaro al testato) che avrebbe urlato tanto più forte quanto più le scosse divenivano intense.

Le leve per somministrare le scosse elettriche andavano dai 15 volte (indicato come “shock lieve”) ai 450 (indicata come “XXX”) e, naturalmente, erano scollegate dalla sedia, cosa questa ignara al soggetto testato. Alla quinta scossa, teoricamente pari a 75 volte, il complice cominciava a gemere. Alla scossa da 150 volt diceva di voler smettere, e a quella di 180 urlava di non farcela più. Quando si avvicinava il momento di somministrare la scossa da 250 volt (indicata come “Pericolo: shock grave”), il complice dava a calci vicino al muro e cercava di liberarsi. Nel frattempo, uno scienziato, continuava a dire al soggetto testato frasi come: “l’esperimento richiede che lei continui”, “è assolutamente indispensabile che lei continui”, “non ha altra scelta, deve proseguire”.

Secondo un sondaggio condotto su un campione di persone normali, ignare dei risultati sperimentali, il 99% delle persone afferma che avrebbe cessato l’esperimento alla prima richiesta di fermarsi. Gli stessi studiosi che avevano preparato lo studio, prima di metterlo in atto sul campo, erano convinti che solo una percentuale vicina al 4% avrebbe continuato fino a superare i 300 volt, e che un misero 1% avrebbe continuato fino alla fine.

I risultati dello studio dimostrarono che il 65% dei soggetti testati aveva continuato fino a somministrare la scossa di massima intensità. Analoghe percentuali si sono ottenute ripetendo lo stesso esperimento in diverse culture e paesi del mondo. Il numero è rimasta pressoché invariato anche quando lo studio è stato condotto sulle donne.

Studi successivi hanno dimostrato che il livello di obbedienza aumenta proporzionalmente all’aura di autorità rivestita dalla persona che impartisce gli ordini.

Il secondo studio deriva dal cosiddetto “esperimento della prigione di Stanford”, tenuto nel 1971 presso l’omonima università dal Professor Philip Zimbardo. Essenzialmente, lo studio era mirato a provare  che gli individui, se messi all’interno di un gruppo coeso, tendono a perdere l’identità personale, ovvero il proprio senso di responsabilità.

L’esperimento, drammatizzato successivamente anche dal cinema, vide la partecipazione di 24 studenti universitari, selezionati tra i più equilibrati e maturi, che vennero suddivisi tra guardie e carcerati. L’assegnazione dei ruoli avvenne in maniera del tutto casuale. Alle guardie venne detto che in nessun caso sarebbero dovute ricorrere alla violenza per controllare i detenuti.

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Fotografia scattata all’interno della prigione di Abu Grahib, considerata una dammarica trasposizione reale di quanto osservato nell’esperimento di Stanford.Per maggiori informazioni sui fatti della prigione irachena consiglio la lettura di: “La ballata di Abu Grahib”, di Gourevitch e Morris

Lo studio, che sarebbe dovuto durare per due settimane, venne sospeso dopo soli sei giorni, durante i quali le guardie arrivarono ad assumere dei comportamenti pesantemente vessatori, quali: rifiuto di permettere ai prigionieri di espletare i propri bisogni fisiologici in nessun’altra parte che non fosse un secchio sito nelle loro celle; rifiuto di fare svuotare il suddetto secchio; costrizione a pulire i suddetti “sanitari” con le sole mani; uso dei materassi consegnato come oggetto di valore ai prigionieri in cambio della loro collaborazione (in mancanza della quale gli stessi erano costretti a dormire sul pavimento). Diversi prigionieri inoltre furono costretti a spogliarsi quale mezzo di degradazione. In soli sei giorni fu notato che, mano a mano che l’esperimento andava avanti, diverse guardie stavano sviluppando un comportamento particolarmente crudele. Un terzo di loro si segnalava per aver esibito delle vere e proprie tendenze sadiche (vedasi “L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?” di Philip G. Zimbardo).

Sebbene quanto sopra possa apparire sconvolgente, nei sei giorni in cui si dipanò l’esperimento ben 50 persone visitarono la struttura (studenti, amici e parenti dei partecipanti, un prete, e un avvocato), senza che nessuno di essi ebbe a muovere alcuna eccezione riguardo quanto stava accadendo (è da precisare che i comportamenti vessatori più gravi avvenivano di notte, ovvero quando i “carcerieri” pensavano che nessuno li stesse vedendo) . Lo studio venne terminato prima soltanto a seguito delle proteste di un’altra psicologa, la dottoressa Christina Maslach, che visitò la struttura “carceraria” il quinto giorno. Al suo ingresso la psicologa venne accolta da un giovane affascinante, divertente e simpatico, il quale ricopriva il ruolo di guardia di turno. Successivamente, alcuni dei suoi colleghi, le dissero che quello stesso giovane si era dimostrato essere uno dei più sadici, tanto da meritarsi il nomignolo di John Wayne. Effettivamente, qualche minuto dopo la Maslach poté vedere, attraverso i monitor della videosorveglianza che, nella sua interazione coi carcerati:

“quell’uomo si era trasformato. Parlava con un accento del sud che prima non avevo notato. Si muoveva in maniera diversa, e parlava in maniera diversa (…), era come vedere Jekyll e Hyde. . . . mi tolse il fiato”. 

Tra le numerosi ed importanti implicazioni dimostrate dall’esperimento, vi è anche quella di aver evidenziato la capacità del gruppo di annullare o condizionare pesantemente le individualità che lo compongono. Nel gruppo infatti viene indotta una perdita della responsabilità personale, e la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni viene notevolmente ridotta. Analogamente, vengono indeboliti i controlli basati sul senso di colpa, la vergogna, la paura, così come quelli che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. In altre parole, l’individuo pensa che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo.

Nonostante i fatti riportati sopra, sono consapevole del fatto che la tortura possa essere inquadrata come una necessità a cui le forze Intelligence potrebbero far ricorso onde contrastare il fenomeno del terrorismo. Effettivamente, vi sono diversi elementi che i fautori dell’uso della tortura potrebbero citare per la loro causa. Innanzitutto i terroristi non sono un nemico convenzionale. Il loro schieramento non è definito, e ciò rende la loro minaccia particolarmente insidiosa e difficile da prevenire. Gli obbiettivi dei terroristi inoltre, sono spesso scelti in modo indiscriminato, fattore questo che rende la popolazione particolarmente sensibile alla minaccia, in quanto nessuno si sente davvero al sicuro.

Ma quali sono gli effetti negativi che l’uso della tortura può avere su una società? Ovvero, per quale motivo, è sbagliato ricorrere all’uso della tortura?

Un uso della tortura istituzionalizzato alza il livello di tolleranza alla violenza da parte della società che lo accetta. Ovvero qualora, per esempio, lo stato italiano dovesse decidere di inserire un articolo del codice di procedura penale come: “Qualora serva a prevenire un attacco terroristico, o a catturare un terrorista, è lecito per le forze di Polizia ricorrere all’uso sistematico della tortura”, la soglia di tolleranza alla violenza da parte della popolazione italiana verrebbe notevolmente alzata. Vorrebbe dire che noi tutti accetteremmo l’idea che qualcuno venga torturato mentre noi dormiamo, mangiamo, e conduciamo la nostra vita. Che noi si accetterebbe come società che al nostro interno vi siano delle forze di polizia addestrate all’uso della tortura, ovvero degli individui che, al mattino, così come noi ci alziamo per andare a lavorare in ufficio, vanno in prigione a torturare degli individui. Vorrebbe dire che i nostri medici dovrebbero scrivere dei trattati in cui si descrive qual’è il modo migliore per praticare delle torture, che i nostri psicologi ne dovrebbero studiare gli effetti e le conseguenze sulla psiche umana, e che gli Avvocati dovrebbero assistere alle torture in modo da verificare che le stesse vengano applicate secondo quanto previsto dalla Legge.

Tutte queste persone, e di conseguenza i loro familiari, avrebbero a che fare con un sistema in cui è moralmente lecito torturare delle persone. Sarebbe quindi inevitabile che la soglia di tolleranza alla violenza venisse alzata, con tutti rischi che ciò comporterebbe per una società.

Secondariamente: quando sarebbe lecito ricorrere all’uso di queste torture? Immagino che la risposta potrebbe essere: “qualora serva a pervenire a delle informazioni atte a catturare un terrorista o a prevenire un attacco terroristico”. Ma in questo caso si dovrebbe essere prima sicuri di avere a che fare con un terrorista a sua volta. E questa sicurezza non potrebbe che venire da una condanna. La condanna però dovrebbe avvenire in maniera veloce, altrimenti le informazioni non avrebbero più valore. Voglio dire: arresti un terrorista e i suoi complici si accorgono della sua assenza. Prendono delle contromisure, fanno dei cambiamenti, in quanto immaginano che il loro compagno potrebbe cominciare a parlare. Si creerebbe a questo punto una situazione che, di fatto, sarebbe impossibile, o quanto meno difficilissima, da realizzare, ovvero:  il terrorista dovrebbe essere arrestato e condannato oltre ogni ragionevole dubbio prima di poter essere torturato ma, così facendo, la tortura diverrebbe vana in quanto, nel momento in cui essa verrebbe realizzata, le informazioni eventualmente acquisite sarebbero già vecchie.

La frase ogni ragionevole dubbio non è un dettaglio secondario. E’ un requisito fondamentale del diritto. Immagino che, in linea teorica, potrebbe essere considerato accettabile torturare un soggetto la cui relazione con i terroristi appare altamente probabile ma se (come si è visto) si verificasse un errore di persona? E se foste voi ad essere vittime di quell’errore di persona? Se, per esempio, fosse vostro fratello che è andato a studiare ingegneria negli Emirati Arab Uniti ad essere torturato?

Ho letto una volta una frase che diceva. “L’ottimista pensa che questo sia il migliore dei mondi possibili; e il pessimista sa che è vero. (Robert Oppenheimer). A questo punto, la soluzione più lecita parrebbe essere quella attuale, ovvero nascondere la testa sotto la sabbia. Riconoscere che, in alcuni casi, l’uso della tortura dovrebbe essere lecito ma, onde evitare gli effetti negativi descritti sopra, questo mezzo dovrebbe rimanere segreto. Proprio come è avvenuto in america negli anni scorsi.

Personalmente, io non sono d’accordo all’uso della tortura, neppure in questo caso. Abbiamo visto di come il rapporto del Congresso abbia evidenziato diverse falle in un sistema del genere. Accettare l’assioma: “in alcuni casi l’uso della tortura dovrebbe essere accettato”, relegarne l’applicazione in una zona grigia, al di fuori dei codici di procedura penale, in un buco sperduto da qualche parte nel mondo, vorrebbe dire aprire la porta a tutta una serie di conseguenze potenzialmente spiacevoli. Al ripetersi di abusi come quelli di Abu Grahib (già introdotti nel citato esperimento di Stanford). Vorrebbe dire anche delegare allo Stato dei poteri attraverso  i quali delle forze di sicurezza potrebbero venire in questo momento, mentre leggete queste righe, a buttare giù la porta di casa vostra, incaprettarvi, e portarvi in un posto segreto, senza alcun controllo da parte di organi esterni sul vostro fato, in quanto il resto della società non può permettersi di conoscere cosa è necessario fare per la sua sicurezza. Vi sembrerebbe democrazia una cosa del genere? Sarebbe questo consono ai valori che ci siamo impegnati a proteggere dalla minaccia terroristica?

Io non credo.

images (1)P.S. 1: Il 17 Dicembre 1981 James Lee Dozier, comandante della Nato nell’Europa Meridionale, venne sequestrato dalle Brigate Rosse. Quarantadue giorni dopo, il graduato venne liberato a Padova da un blitz del NOCS, le forze speciali della polizia italiana. La liberazione del Generale, viene considerata dagli storici uno dei punti fondamentali nella lunga lotta dello Stato italiano contro le BR e come l’inizio della fine per il gruppo terroristico in argomento.

Nel gennaio 2013, è stato resa nota al pubblico una dichiarazione rilasciata negli atti giudiziari dall’ex Commissario di Polizia Salvatore Genova, del quale si rilasciano degli estratti così come riportati dai giornali:

“Fu De Francisci che fece una riunione con noi. Lui era il capo dell’Ucigos e ci disse “facciamo tutto ciò che è possibile”». (L’Ucigos era l’organismo responsabile delle indagini antiterrorismo sull’intero territorio nazionale). “Il prefetto De Francisci, che la guidava, dette il «via libera» a sistemi d’interrogatorio poco ortodossi,anche usando dei metodi duri,perché ovviamente eravamo veramente allo stremo come Stato… (Nel waterboarding) il prigioniero viene legato mani e piedi a un tavolo, un imbuto infilato in bocca e giù litri di acqua e sale per dare la sensazione dell’annegamento. Era una tecnica molto usata dalle squadre mobili (…). Di quella tecnica io a quel momento non ne conoscevo l’esistenza. (…) Al waterboarding fu prima sottoposto un presunto fiancheggiatore delle Br, poi il futuro «pentito» Ruggero Volinia,  arrestato insieme alla fidanzata, «semidenudata e tenuta in piedi con degli oggetti, mi sembra un manganello che le veniva passato, introdotto all’interno delle cosce, delle gambe». Dopo aver ingurgitato acqua e sale, racconta Genova», Volinia «alzò leggermente la testa e la mano, chiese un attimo per poter parlare: “E se vi dicessi dov’è Dozier?”»

Per chi è interessato ad approfondire i fatti di cui sopra consiglio la lettura del libro: “Colpo al cuore” di Nicola Rao.

P.S. 2: Hanns-Joachim Gottlob Scharff (16 Dicembre 1907 – 10 Settembre 1992) era l’addetto agli interrogatori per l’aeronautica tedesca nella seconda guerra mondiale, incaricato dell’interrogatorio dei piloti abbattuti.

Sebbene servisse all’interno di un sistema che di certo non si faceva scrupolo di usare la violenza per raggiungere i suoi scopi, Scharff era noto per la sua obiezione nell’uso della tortura. Procedendo all’interrogatorio una delle prime cose che Scharff faceva era acquisire quante più informazioni biografiche possibili riguardo ai prigionieri. Scharf avvisava quindi il soggetto che, qualora non avesse  prodotto ulteriori informazioni al di là di nome, grado e numero di serie, egli non avrebbe avuto altra scelta che considerarlo una spia, e consegnarlo alla Gestapo. Scharff a quel punto chiedeva al prigioniero di dargli i pochi dettagli che lo avrebbero aiutato a tenerlo fuori dalle grinfie della Gestapo. Una volta dissipati i primi timori, Scharff continuava a comportarsi come un amico più che un carnefice, condividendo col prigioniero scherzi, prodotti alimentari fatti in casa e, ogni tanto, bevande. I detenuti venivano sempre trattati bene. Scharff era conosciuto per la sua abitudine di portare i prigionieri per passeggiate attraverso i boschi circostanti la prigionie, facendogli giurare sul loro onore che non avrebbero tentato di fuggire. Durante queste passeggiate Scharff non chiedeva nulla ai prigionieri sulle questioni militari, ma invece usava quei momenti per lasciar parlare i detenuti di argomenti generali. I prigionieri spesso finivano per dare delle informazioni alla Luftwaffe senza neppure rendersene conto.

Nel caso in cui avesse a che fare con un prigioniero più “duro”, Scharff usava a suo vantaggio la gigantesca mole di informazioni che la Luftwaffe era riuscita a crearsi sui nemici. Scharff iniziava chiedendo al prigioniero una domanda di cui già conosceva la risposta, e lo informava che sapeva già tutto di lui, precisando però che i suoi superiori gli avevano dato istruzioni di farselo confermare. Scharff continuava a fare domande a cui si forniva la risposta da solo, proprio per convincere il suo prigioniero che non c’era nulla che egli già non sapesse. Quando Scharff finalmente arrivava ad una domanda di cui non sapeva la risposta, era lo stesso prigioniero a dargliela, presumendo che fosse da qualche parte tra i files dell’interrogatore.

Mosaico ad opera di Scharff nel castello di Cenerentola di Disneyworld, Orlando, USA.
Mosaico ad opera di Hanns Scharff nel castello di Cenerentola di Disneyworld, Orlando, USA.

Per i suoi meriti, e nonostante fosse un semplice soldato di truppa, Hanns Scharff venne riconosciuto al termine della guerra come “maestro degli interrogatori”, Nel egli 1948 egli fu invitato dall’aviazione americana a tenere un seminario sulle sue tecniche di interrogatorio, che tuttora sono insegnate alle forze armate statunitensi. Dal 1950 al 1992 Hanns Scharff si dedicò alla sua passione: il mosaico.

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