Je ne suis pas Charlie

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Io non sono Charlie.

downloadNon lo ero quando i suoi giornalisti erano ancora vivi e, pur essendo scioccato per la loro morte, non vedo perché dovrei esserlo adesso che non sono più di questo mondo.

Rispettavo il coraggio della redazione, ma non le loro vignette. Le trovavo di cattivo gusto. Non capivo quale fosse la necessità di pubblicare dei disegni che, per la maggior parte, mi davano il volta stomaco, fossero essi diretti verso Maometto, Gesù, o il papa.

Ho sentito spesso dire che “Charlie Hebdo”  difendeva il diritto alla satira e, attraverso di essa, la libertà di pubblicare qualsiasi cosa.

Sono d’accordo con il diritto di pubblicare qualsiasi cosa? No. E neppure i nostri governi se ci fate caso. Vi dice niente il nome di Julien Assange? Ricordate le polemiche che si scatenarono a seguito della diffusione dei files di wikileaks, e di come non sia mai stata pubblicata la loro totalità? Che fine ha fatto in quel caso la nostra cara “libertà di pubblicare qualsiasi cosa”?

Una delle "immagini satiriche" di Philipp Rupprecht
Una delle “immagini satiriche” di Philipp Rupprecht

La libertà di pubblicare qualsiasi cosa non sempre va a braccetto con l’opportunità di pubblicare qualsiasi cosa. Nel 1923 l’editore antisemita Julius Streicher pubblicà il primo numero del settimanale “Der Sturmer”. Il giornale, che uscì fino al 1945,  utilizzò un violento stile scandalistico basato su menzogne, oscenità e volgari caricature, spesso a sfondo pornografico, che mettevano in guardia la popolazione tedesca dal pericolo della «perversione giudaica». Il suo principale sceneggiatore si chiamava Philipp Rupprecht  (nome d’arte: Fips), ed era specializzato nel rappresentare ebrei come persone basse, grasse, con un nasco adunco, molto spesso con le sembianze di vermi, insetti, o serpenti. Vi sentireste a vostro agio, in tutta onestà, nello scrivere: “Io sono Fips”?

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“L’ebreo internazionale – il più grande problema del mondo”, un cumulo di idiozie scritte nel 1920 da Henry Ford, padre dell’omonima casa automobilistica americana.

Nel 1925 Adolf Hitler pubblicò il “Mein Kampf”, manifesto del suo pensiero politico. Il libro ebbe un enorme diffusione, arrivò tra le mani di almeno 12 milioni di tedeschi, e fece del suo autore un uomo ricco (“Mein Kampf”, storia di un libro, di Antoine Vitkine). Spiegava per filo e per segno tutto quello che i nazisti avrebbero fatto tra il 1933 e il 1945. Il “Times” lo pubblicò a puntate, e lo definì: “Una Bibbia laica”, in quanto insegnava ad nazionalsocialista la via della salvezza nazionale. (citato nell’edizione Bompiani del 15 Marzo 1934). Se siete del parere che sia stato giusto pubblicare e diffondere il “Mein Kampf” allora mi dispiace informarvi che siete in contrasto con quanto previsto dalle leggi di Austria e Israele, per non parlare di tutte quelle nazioni in cui il libro può essere commercializzato solo ed esclusivamente per motivi storici e di ricerca.

E’ lecito pubblicare qualsiasi cosa? Diffondere qualsiasi cosa?

Intendiamoci. Io non auspico la creazione di un autorità volta a controllare, e censurare, tutto quello che esce dalla mente di uno scrittore. Credo però che debba esserci un limite. Credo che, in casi suscettibili di creare turbamenti dell’ordine pubblico, lo scrittore e l’editore debbano essere chiamati a riferire riguardo l’opportunità di pubblicare quella determinata vignetta, ovvero i motivi per i quali credono sia giusto farlo. “Cui bono?”. Sono consapevole del fatto che il mio sia un discorso difficile da fare, sicuramente contestabile, ma, personalmente, io non credo che la pubblicazione di una vignetta di cattivo gusto valga la vita di una sola persona. Perché dovrebbe farlo?

Non sto parlando di denunciare un’ingiustizia tramite un articolo di giornale. né di portare all’attenzione una storia scomoda per le autorità. Non attacco il diritto di cronaca, né quello di critica, in quanto ne riconosco il valore se supportato dai fatti. Io punto il dito contro delle vignette, un certo tipo di satira, che non mi sembra portare alcun valore aggiunto dal punto di vista culturale.

Negli ultimi anni abbiamo visto che spesso, la pubblicazione di vignette del genere in una determinata parte del mondo hanno provocato la perdita di vite umane in un’altra nazione. Io non credo sia giusto, soprattutto perché, li ripeto, non vedo i vantaggi nel pubblicare determinate immagini.

E questo è quanto.

P.S. Sono consapevole del fatto che il mio pensiero possa facilmente prestare il fianco ad accuse di ogni tipo. Onde evitare quella più infamante di tutte, ovvero: “Credi che quindi sia stato giusto attaccare il giornale”?, ci tengo a precisare fin da subito che no, nel modo più assoluto non giustifico né l’attacco al giornale né qualsivoglia altro atto di violenza di matrice terroristica.

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Un pensiero su “Je ne suis pas Charlie

  1. Cito la risposta fornita ad una mia amica avento letto l’articolo, la quale aveva giustamente fatto notare i rischi (e le falle) connessi al pensiero di cui sopra

    Il percorso mentale che ho fatto per arrivare a condividere questo pensiero è stato (ti avviso che sono abbastanza propenso ai pensieri sconclusionati e ai cosiddetti “voli pindarici”):

    1) Esiste già una libertà assoluta di pubblicazione? Di diffusione di notizie? No. Wikileaks nè è l’esempio palese. Ma la stessa legislazione prevede dei segreti di Stato, di cui è vietata la divulgazione, fatto giustificato dalla necessità di tutelare la sicurezza nazionale e la pubblica incolumità. Ci sono delle proteste al riguardo? No. Poiché quali cittadini siamo consapevoli della suddetta necessità di rinunciare a un diritto, quale quello della libertà di informazione, in ragione della tutela di un bene superiore. In un quadro più ampio potremmo considerare moltissime delle Leggi che rispettiamo una diminuizione della nostra libertà ma, proprio in quanto comprendiamo il vantaggio della loro esistenza, non ci pesa rispettarle.

    2) Creare un’Authority per il controllo delle notizie da pubblicare? Argomento spinoso. So già che il rischio potrebbe essere quello di creare una dittatura della carta, in cui magari determinati argomenti scomodi alle autorità precostituite finirebbero per non essere pubblicati. Ma, di nuovo, nella quotidianità degli stati occidentali non ci sono degli organismi dediti alla gestione della Giustizia? Eppure, per gli stessi motivi di cui al punto 1, li accettiamo.

    3) La creazione di un organismo del genere che tipo di argomenti andrebbe a prendere di mira? Scritti potenzialmente pericolosi di incitare l’odio razziale/etnico/ o religioso. Facile? Niente affatto. Anche l’articolo pubblicato nel link di cui sopra potrebbe essere rigirato fino a farlo diventare nella sua interpretazione qualcosa di completamente diverso. Ma se un’autorità dovesse richiedere le sue motivazioni lo stesso potrebbe essere razionalmente argomentazioni razionali. Prendiamo ad esempio la prima pagina di “Libero”, uscita nelle nostre edicole all’indomani dei terribili attacchi di Parigi. Il titolo principale recitava: “QUESTO E’ L’ISLAM”. In questo caso il suo autore potrebbe essere chiamato a giustificare i motivi dietro ad una dichiarazione del genere, la quale è dal punto di vista culturale e religioso falsa (un’altra cosa sarebbe stata se avesse scritto: “ANCHE QUESTO E’ ISLAM”). Perché deve essere pubblicato un titolo così provocatorio? Presso atto che è una dichiarazione sbagliata, in un momento storico come il presente, all’indomani di quei terribili eventi, non rischia di esacerbare ancora di più gli animi? Posto che l’affermazione era falsa, che risultato apprezzabile si sperava di ottenere? Nella sola Francia, dopo l’attentato al Charlie Hebdo, sono seguiti 15 attacchi contro obbiettivi/persone musulmane. (fonte: http://tellmamauk.org/news/).

    Allo stesso modo, quale apporto veniva portato alle società dalle vignette di Charlie Hebdo? Quello di infangare dei simboli per miliardi di persone (cristiani – musulmani – ebrei) sono sacri. Che vantaggio vi era in questo? Che giovamente apportavano? Chi era ateo ci rideva sopra, non aveva certo bisogno di Charlie Hebdo per convincersi che Dio non esistesse o per farsi una risata sulla Sacra Famiglia. Ma nel frattempo delle persone in giro per il mondo sono state uccise per la pubblicazione di quello stesso tipo di vignette (http://en.wikipedia.org/wiki/International_reactions_to_the_Jyllands-Posten_Muhammad_cartoons_controversy#Deaths).

    Arrivato a questo punto mi chiedo: abbiamo davvero così poca fiducia nel nostro sistema democratico (fondato sui principi della saperazione dei poteri teorizzati da Montesquie, nella quale si stabiliva che ogni potere dello Stato dovesse controllare l’altro), da crederlo incapace di partorire una legge intelligente, e di controllarne l’applicazione senza che essa diventi uno strumento di tirannia? Vale la pena di dare una possibilità a una legge del genere se può permettere il ripetersi di fenomeni di analoghi fenomeni di intolleranza?

    Secondo me, ancora una volta, si.

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