I colori della libertà

Sono stato in uno di quei posti in cui emigrare non era visto come un problema, ma una speranza.

In quel luogo, dove il  solo nascere equivale a una condanna a vita, l’emigrazione era vista come una sorta di appello, una speranza per cambiare le carte in tavola e rimediare all’ ingiustizia comminata dal caso.
La gente in quel luogo continuava a chiedermi come fosse vivere nella nazione da cui venivo.  Ci misi un po a capire il significato di quella domanda. Prima dovetti reimparare a guardare il cielo. Mi costrinsi a cambiare il modo in cui lo vedevo. Smise di essere un insieme, un punto in comune tra me e chiunque si trovasse dall’altro lato del mondo in quel momento. Divenne qualcosa di simile a una finestra, all’interno della quale il sole, le nuvole,  gli uccelli e persino le stelle si muovevano come visitatori di passaggio, costretti nella cornice impostami dall’orizzonte.
Opprimente.
Come figlio dei miei tempi e delle mie latitudini ero stato abituato a pensare al mondo come ad un posto i cui angoli  più estremi potevano essermi preclusi solo dalla mia volontà. Sapere che molte delle persone che vivevano in quel luogo non avevano mai visto il mare ebbe l’effetto di uno shock.
MAI.VISTO.IL.MARE.
Mentre vivevo in quella stessa città riuscivo ad andare al mare almeno due volte a settimana. Mi bastava prendere l’auto, e guidare per un’ora o poco più.  Il mare distava solo poche decine di chilometri.Eppure molte delle persone che vivevano in quel luogo non l’avevano mai visto! Mentre digerivo l’enorme assenza di quella visione nelle loro vite, mi venne in mente una poesia di Baudelaire:”L’uomo e il mare”. Il primo verso era:”Uomo libero, sempre caro avrai il mare!”.Solo allora capii cosa volesse dire davvero il poeta francese.
Tra tutte quelle persone  che scontavano le loro esistenze come prigionieri nel cortile di un carcere, incontrai una donna che quella vita se l’era scelta.  Mi pareva folle. Inconcepibile, persino dopo che me ne fu spiegata la ragione.  La donna, infatti,  si era sposata con un uomo del luogo, e lo aveva seguito in quel luogo da dove tutti desideravano scappare.
Come se quella scelta non fosse stata giá di per sé coraggiosissima, vi era di incredibile che la posizione della donna in  quel paese era del tutto irregolare.  Da 12 anni, per paura di essere fermata dai soldati e di essere espulsa, la donna non usciva di casa. Se le vite dei suoi vicini potevano essere paragonate a quelle di detenuti, la sua sicuramente era l’equivalente di un carcerato in isolamento.

Dal suo matrimonio erano nati tre bambini. A volte, mi chiedo ancora se, almeno in occasione del parto, si sia arrischiata ad andare in ospedale. So per certo che non accompagnava mai i figli a scuola. Che non li andava a vedere mentre giocavano in strada. Il suo mondo cominciava sulla soglia della porta e terminava su quella della finestra.
Per vincere la noia, o forse per sopravvivere alla sua scelta, aveva imparato a coltivare la passione per la pittura.Dipingeva con un tratto pesante, e delineava le figure nei suoi quadri con larghi tratti di colore nero. Nelle sue opere,  i palazzi erano ancora nuovi. Sui muri non vi erano i buchi delle pallottole, e i vetri delle finestre erano ancora intatti. Ai lati della strada crescevano i fiori,  e non la spazzatura.  La gente non era armata, e sui visi di tutti splendeva il sorriso.
Fu solo allora che capii.
Alla fine aveva trovato il modo di emigrare pure lei: nei suoi quadri.

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