Lo strepito del nulla

Nelle ultime settimane ho letto diversi scritti riguardanti l’immigrazione. Ho spaziato dai commenti postati su facebook, (sconfortante termometro dell’umore sociale), agli articoli di giornale. Nel mezzo (per aumentare la confusione), ho condito il tutto con un’occhiata ad alcune analisi effettuate da UNHCR e dalla Commissione Europea.

Al termine delle mie letture mi sono trovato più smarrito di quando avevo cominciato (ma non c’è da preoccuparsi se persino Tommaso Campanella scriveva: “E quanto intendo più, tanto più ignoro”).

Quello che mi preoccupa davvero sono dei concetti che sento ripetere spesso non solo dalle persone comuni, ma anche da parecchi tra giornalisti e politici. Dei veri e propri assiomi, con i quali vengono proposte (o date a bere) delle soluzioni semplici, senza apparentemente considerare fino in fondo la complessità del problema.

Nelle righe successive ho deciso di concentrare diversi ragionamenti che ritengo siano utili per una comprensione più approfondita del fenomeno e delle sue contromisure. Sebbene sia consapevole del fatto che molti dei seguenti pensieri possano contenere delle lacune, e pur considerando che alcune delle mie conclusioni possano essere del tutto sbagliate, ho deciso comunque di pubblicare questo articolo nella speranza che la sua lettura possa gettare un minimo di luce sulla complessità del fenomeno.

  • So che suona ridicolo, ma credo di dover cominciare sottolineando una banalità: il fenomeno dell’emigrazione non si fermerà. La situazione in medio oriente non sta migliorando (anzi) e l’africa… beh, l’africa rimane sempre l’africa. Lasciare la propria casa, gli amici e il luogo in cui si è nati, non fa piacere a nessuno, ma la spinta a cercare nuovi posti in cui vivere meglio è presente in maniera innata nel nostro DNA. Un numero indefinito di anni fa un vostro antenato si è mosso da qualche parte, andando da A a B, ed ha migliorato le proprie possibilità di sopravvivenza in maniera così proficua da permettere ai suoi geni di arrivare fino a voi. La verità è che, in un modo o nell’altro, discendiamo tutti da qualche tipo di immigrato, e che se vivreste in un posto di merda vorreste andarvene anche voi.
  • E si arriva al punto successivo: “perché non se ne stanno a casa loro, per cambiare le cose?”. Vi rispondo con una contro domanda: “E noi? Perché non riusciamo a cambiare le cose, qui a casa nostra?”. Conosciamo fin troppo bene i mali che affliggono il nostro paese. Ci sono centinaia di libri, e decine di trasmissioni al riguardo. Abbiamo studiato, e non si riesce a fare una decina di metri senza imbatterci in una connessione ad internet che ci permetta di sapere quanto poco valiamo come cittadini di uno stato democratico. Eppure, intorno a noi, non solo le cose non cambiano ma continuano a peggiorare.                          Noi cosa stiamo facendo?
  • Tralasciando i (noti) problemi del medio oriente, e facendo finta che gli stessi non si stiano spostando anche in Africa, procedere ad aiutare quel continente con massicci aiuti economici ed interventi sul campo. Lo stiamo già facendo. Da più di 50 anni. Non mi pare che stia funzionando granché (per chi è interessato, consiglio la lettura di: “La carità che uccide” di Dambisa Moyo)
  • Affondamento preventivo dei barconi. Francamente, mi sembra essere più una trovata pubblicitaria che una soluzione a lungo termine. Posto che i militari si muoveranno con delle precise indicazioni, non credo che il loro intervento possa portare a dei danni significativi, o comunque non di natura tale da bloccare del tutto i trafficanti di esseri umani. Il guadagno del commercio è tale che, a seguito di questo intervento, è facile prevedere due scenari:
  1. I trafficanti si compreranno altre barche pagando eventuali pescatori locali;
  2. I trafficanti si compreranno altre barche comprandole dai paesi vicini (un vero e proprio mercato nero insomma)

Al di là di quanto possa essere dichiarato dai politici e dai giornali, l’affondamento preventivo dei barconi avrebbe senso solo se effettuato con i seguenti criteri:

  1. bombardamento a tappeto dei porti libici. Indiscriminato. Senza fare alcuna distinzione tra le navi destinate alla pesca e quelle per i trafficanti di uomini.
  2. Successivo blocco navale totale onde impedire sostituzione dei natanti danneggiati. Nel quale caso bisogna tenere presente che le coste libiche sono lunghe 1770 chilometri… in linea d’aria come da Messina a Caen, in Normandia.
  • Intervento militare dell’ONU teso a ristabilire l’ordine in Libia. Vedasi cosa è successo l’ultima volta che l’ONU provò a intervenire in Somalia (o se vi annoia riguardatevi “Black Hawk Dawn”).
  • Ripartire il numero di immigrati in maniera equa tra le diverse nazioni europee. Nel 2014 Germania (circa 41.000), Svezia (circa 31.000), Italia (c.a. 21.000), Francia (c.a. 15.000), Olanda (c.a. 14.000) e Gran Bretagna (10.000) sono state le sei nazioni membre dell’UE ad aver accolto il maggior numero di richieste di asilo (da sole si sono fatte carico dell’80% delle richieste).

Ammettiamo che, improvvisamente, gli stati che fino ad ora hanno ricevuto meno richieste di asilo effettuino una brusca sterzata della loro politica e supponiamo che accettino un regolamento UE che preveda una ripartizione egualitaria degli immigrati, che genere di criterio si dovrebbe attuare?

  1. Ripartire il flusso di immigrati in maniera proporzionale al numero di abitanti del paese ospitante. Con circa 81 milioni di persona la Germania è il paese più popolato d’Europa. Segue la Gran Bretagna con quasi 65 milioni, la Francia con c.a. 64 e… l’italia, con 60 e spiccioli. L’Olanda è ottavo con quasi 17 milioni. La Svezia non arriva a 10 ed è quattordicesima. Non serve Einstein per capire a quali nazioni toccherebbero il maggior numero di immigrati…
  2. Ripartire gli immigranti non in base al numero degli abitanti del paese ospitante, ma in maniera inversamente proporzionale rispetto a quelli già accettati in passato. Ovvero, se per esempio la Germania fino ad ora ha ospitato la maggior parte degli emigranti, adesso il flusso dovrebbe essere deviato verso altre nazioni, tipo la Polonia. I problemi sono:
    1. Perché i governi di questi paesi dovrebbero avvallare una politica del genere? Che cosa ci guadagnerebbero? L’opinione pubblica del loro paese sarebbe contenta di ospitare più emigranti? Al di là di quanto la sedicente radice cristiana dell’Europa lascerebbe presagire, credo che la risposta sarebbe no.
    2. Qualora questi stati dovessero accettare di aumentare le loro quote di asilo, chi effettuerebbe la scelta per conto degli immigrati? Secondo il criterio di cui sopra gli immigrati non avrebbero il diritto di scegliere in quale nazione vogliono risiedere (se voi steste emigrando, provereste a ricostruirvi una vita in Italia (tasso di disoccupazione al 12,2%) o in Germania (5,3%)? Bisognerebbe quindi nominare un commissariato, un organo, effettuante una selezione e ordinante agli immigrati di andare in questa o quella nazione, a prescindere dalle loro preferenze, o di eventuali parenti già viventi in altri stati UE (ma a questo punto, di nuovo, immigrati insoddisfatti non si affiderebbero a sistemi illegali per raggiungere le nazioni desiderate?). E un arbitrio del genere, non contrasterebbe con il diritto internazionale, almeno per quanto riguarda quegli immigrati che sfuggono dalle zone di guerra?

La proposta di accettare delle quote verrà accolta solo con difficoltà da quegli stati che fino ad ora hanno avuto meno immigrati, e comunque con numeri ridicolmente bassi, di certo non significativi per una risoluzione del problema.

  • L’ONU dovrebbe intervenire in Libia sostituendosi di fatto ai trafficanti di esseri umani. Non ci dovrebbe essere un intervento diretto su tutto il territorio, ma soltanto presso determinate aree ben delimitate, dei punti di raccolta ove si recherebbero gli immigrati in attesa di essere trasbordati non solo verso l’Europa, ma verso le nazioni del mondo intero, in maniera del tutto proporzionale.

Qui parliamo di fantascienza. Innanzitutto si dovrebbe riuscire ad arrivare ad una risoluzione ONU in tal senso la qual cosa, già di per sé, mi sembra risibile al solo pensarci. La maggior parte degli stati membri ha leggi tutt’altro che accomodanti riguardo l’immigrazione, immaginatevi se hanno voglia di farsi carico di stranieri che, altrimenti, non arriverebbero mai sul loro territorio.

Pur ammettendo questa ipotesi, riesco solo lontanamente ad immaginare che tipo di problemi sorgerebbero in un punto di raccolta del genere: vi si concentrerebbero centinaia di migliaia di persone. la sicurezza diverrebbe incontrollabile, Dio solo sa che lentezza avrebbero tutte le procedure di regolarizzazione e che genere di problemi si creerebbero per la gestione sanitaria o soltanto degli alimenti.

  • Aprire completamente le frontiere su scala globale, annullando di fatto il concetto di nazione e di patria, procedendo quindi ad una nuova regolamentazione riguardante lo sfruttamento delle materie prime in maniera equa e trasparente, in modo da azzerare le possibilità di conflitto armato e diminuire nel contempo l’inquinamento (avverto le risate nel sottofondo).

Cinicamente parlando quindi, il sistema attuale, caratterizzato da un viaggio rischiosissimo, da un sistema di leggi teso a scoraggiare la voglia di immigrare, dal controllo spietato e criminale da parte dei trafficanti di esseri umani, il sistema che mette in conto la perdita di decine di migliaia di vite innocenti, appare essere quello più facilmente praticabile. Questo, principalmente, è il motivo per il quale, sebbene nel corso degli anni le tragedie si siano susseguite, ha fatto si che non ci fossero dei seri, e comuni, tentativi di cambiamento da parte dell’UE.

Personalmente, ritengo che le attuali decisioni politiche, seppure vengano sbandierate come dei successi rivoluzionari nel campo del contrasto all’immigrazione, alla lunga non porteranno a dei significativi cambiamenti.

Come scriveva Arthur Bloch: “L’ottimista proclama che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Il pessimista teme che sia vero”.

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